Due morti in due giorni nella villa sul mare: il caso che spacca ancora l'America

Due morti in due giorni nella villa sul mare: il caso che spacca ancora l'America · Avonetics
C'è una casa a Coronado, in California, davanti alla quale la gente rallenta ancora oggi.
Si affaccia su Ocean Boulevard, di fronte al leggendario Hotel Del Coronado. È la Spreckels Mansion, e nell'estate del 2011 è la residenza estiva di un imprenditore farmaceutico, Jonah Shacknai, 54 anni.
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L'11 luglio dentro quella casa ci sono tre persone: la compagna di Jonah, Rebecca Zahau, 32 anni, il figlio di lui, Max, sei anni, e Xena, la sorella tredicenne di Rebecca, in visita dal Missouri.
A un certo punto della giornata Max precipita a faccia in giù oltre la ringhiera del secondo piano. Le lesioni al midollo spinale gli compromettono battito e respiro. Rebecca dichiara di essere in bagno; lo trova pochi istanti dopo, Xena chiama i soccorsi. Max muore il 16 luglio per un danno cerebrale da mancanza di ossigeno.
Il 26 luglio la morte del bambino viene archiviata come incidente: si ipotizza che sia inciampato. Ma un medico del trauma che lo ha visitato prima del decesso dice agli investigatori una frase che non si dimentica: quelle lesioni non gli sembrano compatibili con l'arresto cardiaco e il gonfiore cerebrale che ha visto. Il bambino, ipotizza, potrebbe essere stato soffocato prima della caduta.
Poi arrivano le quarantott'ore che trasformano una tragedia in un enigma.
Il 12 luglio Rebecca accompagna la sorella all'aeroporto e nello stesso aeroporto va a prendere Adam Shacknai, 46 anni, fratello di Jonah, atterrato da Memphis. La sera cenano insieme con un amico. Rebecca e Adam tornano nella villa. Jonah resta all'ospedale accanto a Max con Dina, la madre del bambino, e poi va a dormire in una struttura d'accoglienza per famiglie. Qualcuno riferisce di musica altissima che esce dalla casa, quella notte.
La mattina del 13 luglio, verso le 6:45, Adam dichiara di trovare il corpo nudo di Rebecca appeso a un balcone. Polsi e caviglie legati, mani dietro la schiena.
Chiama i soccorsi alle 6:48. Manda un messaggio al fratello. E taglia il corpo prima che arrivi la polizia.
Gli esami non trovano sulla scena DNA che non sia quello di Rebecca. Il 2 settembre l'ufficio dello sceriffo della contea di San Diego annuncia: suicidio.
È da quel giorno che il caso vive due vite parallele.
L'autopsia registra quattro distinti traumi cranici. Il medico legale sostiene che Rebecca sia passata oltre il balcone in posizione non verticale e possa aver battuto la testa cadendo. Un noto perito, già testimone in un celebre processo per la morte di una bambina, ammette che è possibile — ma precisa che avrebbe voluto vedere il corpo prima che le legature ai polsi venissero rimosse. Un consulente forense taglia corto: urtare la ringhiera, superare il balcone e battere la testa quattro volte è altamente improbabile.
Una seconda autopsia, richiesta dalla famiglia, arriva a una conclusione opposta: le fratture alla gola sarebbero da strangolamento manuale, non da impiccagione. Per quel patologo è omicidio. Un legale della famiglia parla anche di elementi indicativi di una violenza sessuale prima della morte.
Your brand, right here.Reach story-obsessed listeners in 45+ languages → advertise on AvoneticsSulle legature, lo sceriffo ricorda che esistono casi documentati di persone che si immobilizzano da sole per non cambiare idea, e la polizia diffonde un video: una donna avvolge la corda intorno alle mani davanti a sé, sfila una mano, porta le braccia dietro la schiena, rilega e stringe con uno spago simile a quello trovato nelle mani di Rebecca.
E poi c'è la scritta. Sulla porta che dà sul balcone qualcuno ha dipinto una frase: «Lei ha salvato lui, lui può salvare lei». Non è un chiaro biglietto d'addio, ammettono le autorità, eppure viene letta come indizio di suicidio. Rebecca dipingeva e firmava i suoi quadri: i fratelli giurano che quella grafia non è la sua.
Il pubblico, da allora, è diviso in due eserciti.
«Vivevo a San Diego quando è successo, non vedo alcun grande mistero: si è uccisa perché un bambino è morto sotto la sua responsabilità», ha detto un commentatore. «Morte accidentale per lui, suicidio per lei», ha riassunto un altro. Un terzo ha insistito sui fatti materiali: una sola serie di impronte sul balcone, nessun DNA estraneo, e una famiglia comprensibilmente incapace di accettare la verità.
C'è chi va oltre: un lettore appassionato del caso ha ricordato che la storia personale di Rebecca è più complicata di come viene raccontata, incluso un episodio in cui aveva inscenato un rapimento per sottrarsi alle conseguenze di una rottura — un dettaglio che, sostiene, rende meno assurdo un gesto teatrale. Un altro, dopo aver letto il libro più noto sul caso, ha aggiunto di ritenere che Adam sia stato trasformato ingiustamente nel mostro della vicenda.
Dall'altra parte, chi non ci crede punta il dito su un numero. «Uno o due colpi alla testa durante la caduta li accetto. Quattro no», ha scritto un commentatore. E una persona cresciuta a Coronado ha aggiunto la nota più agghiacciante: è un posto minuscolo e sicuro, dove i crimini violenti quasi non esistono, e chi vuole farla finita, di solito, va al ponte.
Qualcuno, infine, ha detto la cosa più onesta: su questo caso non riesco a decidermi.
Quindici anni dopo, davanti al numero 1043 di Ocean Boulevard, la domanda è sempre la stessa: due tragedie separate, o una sola storia con un pezzo mancante?
I conduttori del nostro programma smontano indizio per indizio l'intero caso e, alla fine, si sbilanciano con un verdetto.